LASCIANDO REYKIAVIK

LASCIANDO REYKIAVIK

All’età di 25 anni, Gio’ fu inviato a Reykjavik dall’allora ambasciatore italiano in Norvegia, Guido Colonna di Paliano, per risolvere un problema nei rapporti Italia-Islanda. Sei mesi dopo, lasciando Reykjavik, Gio’ scrisse questi versi, formalmente dedicati ad una figura femminile, in realtà all’Islanda stessa.

Il vento d’Islanda

Malinconica Sigrun, tu non sai
che in altri tempi e in altri luoghi al vento
io non davo importanza, anche se spesso
m’era compagno docile e cortese.
Quando il maestrale
a noi bambini lungo il litorale
di Genova feriva orecchi e mani
o quando nei declivi profumati
dei laghetti lombardi dove il croco
già spuntava, la neve era restia
tenuta a bada dalla tramontana.
Ma negli anni di Roma era conforto
ogni refolo amico che dal mare
portava l’acqua, e il fresco d’Appennino.
Dolci venti romani, il mio vagare
sa di scirocco, sa di ponentino.

Da te è diverso: un fiato senza fine
ora accarezza, ora percuote il suolo
sui muschi, sulle pietre color malva
dei tuoi deserti, calpestati solo
dai piccoli cavalli e dalle grandi
pecore bianche, dove il cigno geme
per la morte di Lohengrin e solca
le amate acque, e sempre vi ritorna.
Sale dai lidi, tiepido e bagnato,
scende dal Vatnajökull e dal ghiacciaio
ghiacciato giunge e penetra le membra.

E c’era quando si portò la bara
del siciliano lungo il fiordo. C’era
nella doccia del college, e nel cavo
della mano di Keflavik, e c’era
anche prima, anche dopo. Ora è un ricordo
di vento: e quando soffia forte, e geme
nelle notti d’inverno, come a Gullfoss
nella notte d’aprile, o nei mattini
come un rimorso, o quando empie la sera,
o quando fa così freddo che un poco
mi si arrossa la pelle, e che le dita
mi gelano e mi fanno male, io dico:
questa è aria di Reykjavik e questo
è color di sangue, che rimase
a fior di pelle: allora il mio pensiero
è con te, Sigrun dalle dolci labbra.
Sigrun dagli occhi amari. Io so che ancora
sotto un cielo diverso le mie mani
arsero. E me le ha fatte rosse il vento
d’Islanda, nelle lunghe ore notturne
quando c’era la neve; il mio cammino
calava al porto, alla tua casa, al mare.

Sempre, ai ricordi che serbai, l’andare
fu più caro del giungere, la via
più della meta: a me tutti gli amori
restano a mezzo come questo, alcuni
molto di più. Di alcuni non saprei
forse neppure ricordare il nome:
tendimi le tue mani, le tue dita
aperte. Parve nell’oscuro inverno
simile a fuoco, ma non arse, ed ora
simile a neve. Ora che splende il sole,
simile a neve, ma si scioglie in mano.
Presto avverrà che molta pena io porti
nel mio cuore sepolta, e che le nostre
parole abbiano fine, e sia disfatto
il nodo che non lega: il suono forse
di questa lingua resterà confuso
sempre, poi che fu tuo, con la malia
della tua voce: ma le tue parole
muoiono già come le mie, nel sole.
Tienilo a mente come fu sereno
il giorno, e come limpida la sera.
Cieli così non torneranno, almeno
per noi su queste rive aride. E ormai
vedi quali cavalli il mio destino
cavalca. Presto morirà la sera.

Risplenderà come una torcia allora
l’Islanda, e tutte accenderà le luci
quando il tramonto toccherà l’aurora.
Il cielo sarà rosso, i monti azzurri,
i prati verdi: Ora ogni cosa è grigia:
noi sulla grande terra vagheremo
sperduti, l’uno via dall’altra, e soli
discenderemo per la dolce china.
Andremo altrove, a ritrovarci altrove:
qui tutto, nella nostra ora, è rovina.

Reykjavik, Bruxelles, giugno 1960

Versi giovanili. Gio’ non li rinnega, ma oggi non li scriverebbe più così. Anzi, non scrive più poesie.